Don DeLillo

[L'anno scorso, con la compagnia teatrale di cui facevo parte allora, ho messo in scena Love-Lies-Bleeding di Don DeLillo; in precedenza avevamo anche iniziato le prove di Valparaiso che però si era rivelato un lavoro troppo impegnativo per le nostre forze. Per entrambe le occasioni avevo fatto una piccola ricerca su DeLillo, che pubblico qui sotto. Tengo a precisare che praticamente tutto il materiale che la compone è tratto da internet, ed il mio sforzo è stato solo quello di collage e di riscrittura per dare ai vari pezzi un senso unitario. Sebbene sia passato del tempo da quella ricerca, ho cercato per correttezza di rintracciare tutte le mie fonti; quelle che sono riuscito a verificare le ho citate in fondo a questo post. Ho certamente utilizzato anche La scrittura come illuminazione. Conversazione con DeLillo di Maria Moss, di cui però non trovo più il link.]

1) BIOGRAFIA

Donald Richard DeLillo, detto Don è nato nel 1936 da genitori italiani emigrati subito dopo la prima guerra mondiale da Montagano, un paesino in provincia di Campobasso. Cresciuto nel Bronx, frequenta scuole cattoliche (lo stesso liceo di Scorsese) fino agli studi universitari coi Gesuiti; l’influenza della vita di strada e degli studi cattolici traspare in molti dei suoi scritti e principalmente in Underworld (del 1997, definito dal New York Times “il romanzo più cattolico di DeLillo”): come egli stesso ammette

Forse dai gesuiti ho appreso l’abitudine a inquadrare la realtà in termini cosmici. Se noto una persona in metropolitana e questa attrae la mia attenzione perché compie un certo gesto, anche banale, non solo mi soffermo a osservarlo ma mi sembra importante, qualcosa che vale la pena di registrare nella memoria. Forse ho una tendenza esagerata a vedere cose significative, cosmiche, nella quotidianità.

Finiti gli studi (si laurea in Scienze della Comunicazione alla Fordham University), lavora come copywriter pubblicitario (un lavoro che non amava) in un’agenzia di Manhattan e come scrittore free-lance, cominciando ad interessarsi di arte e musica ed in particolare del jazz e della scrittura. Nel 1971 pubblica il suo primo romanzo, Americana (tradotto in italiano solo nel 2000), nel 1972 esce End Zone (non ancora tradotto in italiano) e l’anno successivo Great Jones Street. Alla fine degli anni Settanta intraprende un lungo viaggio formativo in Medio Oriente e in India (“Quel viaggio mi ha insegnato a vedere e sentire tutto in modo completamente diverso da prima”), successivamente si trasferisce in Grecia dove vive per tre anni e scrive il suo ottavo romanzo, I nomi, che ha un buon successo come “thriller psicologico”. Torna quindi negli Stati Uniti dove nel 1985 scrive White Noise (Rumore Bianco), considerato il suo capolavoro, che gli vale il National Book Award. Conosce il successo nel 1988 con Libra, la trasposizione romanzesca dell’uccisione di J.F. Kennedy, raccontata dal punto di vista dei sogni e delle fantasie di Oswald, l’assassino del presidente.
Molto riservato e misterioso, DeLillo abita solo con la moglie e senza figli in una cittadina del New Jersey, lontano dalle mondanità e dalla vita della società letteraria, ma pubblica sulle più importanti riviste degli Stati Uniti, dal New Yorker all’Harper’s, e lavora molto per il teatro. Influenzato da autori come Norman Mailer (scrittore della Beat generation), Joyce, Faulkner, Hemingway e Flannery O’Connor, è ascritto alla corrente letteraria del postmodernismo insieme, tra gli altri, a Paul Auster (col quale ha scritto, nel 1994, un saggio in difesa di Salman Rushdie) e Thomas Pynchon; con quest’ultimo in particolare vige una relazione di reciproco rispetto: DeLillo ritiene che l’altro abbia rivoluzionato la letteratura americana (portandola dal puro realismo alla Hemingway a qualcosa di “più cosmico”), mentre Pynchon descrive DeLillo come “la voce più eloquente della letteratura americana”.

2) LA SCRITTURA DI DELILLO

Il processo creativo di DeLillo, secondo le sue stesse parole, è basato sull’intuizione: “Non c’è una strategia. Essenzialmente, scrivo ciò che mi risulta immediato scrivere”; capita spesso che l’idea iniziale per un romanzo sia data da un’immagine di qualcosa, “un vago senso di persone in uno spazio tridimensionale”. La sua scrittura ha comunque radici profonde nella realtà a lui circostante: “Tutto ciò che vedo e ascolto è un’esperienza che cerco di riversare nel mio lavoro”. Fondamentale, per DeLillo, è poi il linguaggio su cui costruire le proprio storie:

Il linguaggio ha una bellezza potenziale incomparabile. Quando lessi per la prima volta l’Ulisse di Joyce, avevo poco più di vent’anni. Ciò che mi colpì fu il linguaggio, non l’odissea di Leopold Bloom per le vie di Dublino. Fu quel libro a darmi la misura della bellezza che uno scrittore può cavare dalle parole. Parole della vita quotidiana, ma anche di ogni genere di linguaggio. C’è un’infinità di ispirazione da scoprire, dovunque, per esempio nei libri tecnico-scientifici, persino in televisioni via cavo poco conosciute, bizzarre e un po’ pazze. […] Questo è il materiale che uno scrittore deve usare, l’unico suo attrezzo. Bisogna spremere ogni goccia di significato, di bellezza, di drammaticità. E questa goccia la puoi cogliere anche in una conversazione udita per caso, in un negozio, per strada.

Prima della narrazione esiste il linguaggio, e mi piace pensare che ogni storia che scrivo s’identifichi col linguaggio che scelgo per narrarla: ma questo linguaggio si crea appunto mentre scrivo la storia, è una forza a sé stante e potrei anche dire che deriva da un processo di adattamento.

Paradossalmente, però, DeLillo ritiene di esser stato maggiormente influenzato (se non direttamente nel linguaggio almeno nella forma mentis e nella sensibilità) dal jazz, dall’arte astratta e dal cinema che dalla letteratura.

3) DELILLO E LA STORIA

L’attenzione al mondo che lo circonda porta DeLillo ad un rapporto particolarmente intenso con la Storia; l’episodio che per sua stessa ammissione lo ha più condizionato è stato l’assassinio del Presidente Kennedy, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963: quell’evento ha “permeato la mia esistenza”. La sua visione del mondo e, di conseguenza, il suo modo di intendere la letteratura e la sua scrittura nascono proprio da quel fatto storico:

Fu allora che perdemmo la fiducia nelle semplici rappresentazioni lineari della storia e nelle promesse di felicità dell’America e fummo pervasi da un senso di mistero e di morte [...] Da allora regnano la violenza, una specie di sfiducia spirituale, un’ambiguità, un senso di incertezza che non erano mai stati sperimentati prima nella vita americana. […] Una paura fluttuante è apparsa nell’American Way of Life e sembrava toccare quasi tutto. Ed è questa paura che si è insinuata nella mia opera. [...] quell’evento fece entrare il mondo e il mistero della società nella mia scrittura.

Se Libra è dedicato all’assassinio di Kennedy e ha l’esplicita volontà di riempire con la narrazione quei vuoti che il resoconto ufficiale e la cronaca avevano lasciato, anche nei romanzi successivi rimane, per DeLillo, l’esigenza di restare in contatto con la Storia e la necessità di mantenere un rapporto tra i personaggi fittizi del romanzo e la realtà del suo tempo storico: ecco che Underworld, ad esempio, è nato pensando costantemente “alla forza dei personaggi e degli eventi reali, quando vengono incorporati in un romanzo” e cercando di ricostruire “una significativa porzione di storia del mio, del nostro tempo”, mentre Mao II (1991) è stato influenzato dalla fatwa a Salman Rushdie; il più recente L’uomo che cade (2007) ha invece come sfondo la tragedia dell’undici settembre.
Per DeLillo, insomma, uno scrittore non può prescindere dalla società in cui si trova a vivere e questo influisce in maniera determinante sul tipo di letteratura che un dato periodo storico esprime: rispetto al diciannovesimo secolo, ad esempio,

il romanzo è cambiato per via della nostra consapevolezza delle guerre e degli altri fenomeni che hanno segnato il Ventesimo secolo. E poi c’è stato Kafka di mezzo. Ignoro come un romanziere contemporaneo possa sedersi alla sua scrivania e produrre un romanzo stile-Diciannovesimo secolo[...]. La vita contemporanea è fatta anche e soprattutto di cose che non esistevano nei secoli precedenti al Ventesimo, e sono queste cose che definiscono il mio lavoro, che lo plasmano.

4) IL RUOLO DELLA LETTERATURA

Anche se è costretto ad ammettere che al giorno d’oggi gli scrittori influiscono meno di un tempo nella creazione dell’immagine del mondo in cui viviamo e nella consapevolezza che le persone hanno di se stesse, DeLillo ritiene comunque che il romanziere abbia ancora un ruolo importante nella società, perchè “trova trame misteriose che la gente non coglie nella propria vita, o le vede solo di sfuggita. L’arte può individuare un disegno nelle energie sconosciute del mondo”: se oggi “gli uomini che plasmano e influenzano la coscienza umana sono i terroristi”, “il romanziere è ancora pericoloso a causa dei suoi sforzi di estendere il sé, creando un personaggio come una via per la consapevolezza, una via per lo scorrere di un significato nel caos del mondo.” Questo tema è sviluppato soprattutto in Mao II dove, secondo le parole di DeLillo

c’è una lotta fra l’individuo e gli uomini-massa che avanzano. Il terrorista cerca di parlare alla massa con le bombe, mentre lo scrittore può solo realizzare la sua visione nella struttura di un libro e nel rapporto uno a uno con il lettore. Lo scrittore rappresenta l’individuo, è un simbolo della consapevolezza che si conquista nella quotidiana lotta con il linguaggio; il terrorista rappresenta invece l’incoscienza di massa. Nell’epoca dei media tutto succede altrove, e nel privato che s’impoverisce succede sempre meno.

DeLillo non concepisce la propria produzione come “un progetto di critica della nostra cultura” e l’intenzione che lo spinge alla stesura di un romanzo non è a suo dire prettamente “politica”: ciò che egli fa è partire da singoli personaggi, seguirli, svilupparli secondo un ritmo ed un equilibrio propri dell’opera che sta componendo senza cercare a priori uno schema (politico, filosofico, morale) che li inquadri, ma piuttosto lasciando che sia il ritmo e l’equilibrio della storia così come si struttura (attraverso diverse parti che, come in quadro astratto, si richiamo tra loro) a farlo emergere; DeLillo sostiene che il suo lavoro è un tentativo di ridescrivere le impressioni che coglie per la strada “in una lingua che renderà più chiara la gente a se stessa, capace di distinguere”. E’ comunque innegabile che DeLillo nei suoi romanzi va alle radici profonde della società in cui viviamo, sviscerandone i contenuti e mostrandone ambiguità e lati oscuri: “La mia America – sostiene – non è un mio incubo privato, ma il ritratto molto veritiero e realistico di una realtà molto complessa, ambigua e violenta”; “Quello che cerco di fare è capire le correnti che scorrono sotto la cultura attorno a noi. E’ da lì che esce tutta la paranoia dei miei primi romanzi”. Osservatore acuto della società americana, DeLillo dedica la sua produzione alla ricostruzione letteraria e visionaria dell’immaginario collettivo, descrivendo la realtà che lo circonda con una scrittura che racconta la società attraverso i media, la religiosità, i riti profani, la cultura di massa, le liturgie della politica, gli intrighi e le cospirazioni che, come tutto il materiale da lui utilizzato, arrivano direttamente dal mondo che lo circonda. La sua visione del mondo, ed il modo di scrivere con cui dà corpo a questo visione lo ascrivono senza ombra di dubbio alla corrente letteraria del postmodernismo: in un accumulo brillante, terrificante, doloroso, minuzioso, ridondante, geniale, linguisticamente stravolgente di pezzi di vita, di cultura, di esperienze, di dettagli minuziosamente annotati che sembrano cataloghi delle cose di cui ci circondiamo nella vita quotidiana, DeLillo dà voce ai disagi, alle follie e alle contraddizioni dell’individuo contemporaneo e alle ossessioni, alle paranoie, alle angosce rimosse e alle distorsioni della società in cui noi tutti ci troviamo a vivere.

Siamo tutti in bilico. Nei miei romanzi uso l’impressione dello stare in bilico proprio in senso tecnico, per creare una tensione da trhilling, un certo allarme [...]. Mentre nei miei personaggi c’è sempre un forte elemento di dubbio.

5) CURIOSITA’

Nei suoi scritti troviamo spesso riferimenti ad una sorta di ascetismo auto-imposto: ne L’uomo che cade dei giocatori di poker si impongono assurde regole molto limitanti per la durata del torneo, Great Jones Street narra di un artista rock che abbandona la sua carriera e si ritira a vivere in una camera spoglia da qualche parte a Manhattan e in End Zone un personaggio finisce nel territori selvaggi del West Texas. Love-Lies-Bleeding, allo stesso modo, si svolge tutto nella villa nel deserto nel sud-ovest degli Stati Uniti dove Alex si è trasferito, lontano da tutti; “Vivere da solo – afferma il protagonista – è la mia punizione”.
Intervistato a tal proposito, DeLillo non sa dire in maniera consapevole quale sia il significato dell’ascetismo nella sua opera e si limita a considerare che, come persona, non è molto gregario, si tiene alla larga dalla mondanità e dalla vita della società letteraria e non gli dispiace spendere periodi di tempo da solo. “Forse ho un gene dell’ascetismo che non ho riconosciuto del tutto, tranne che nei miei romanzi.

Pur considerandosi “non-musicale” (“Non sono intonato e non sarei mai capace di suonare uno strumento”) e pur non ascoltando musica mentre scrive, DeLillo ascolta rock (Jefferson Airplane, Jimi Hendrix, Frank Zappa, Joni Mitchell, Sha Na Na), qawwali (musica devozionale pachistana) e soprattutto jazz:

La musica che amo di più è quella che si è come congelata nella mia mente dagli anni sessanta ai settanta. Ascolto ancora lo stesso jazz che ascoltavo quando avevo diciotto anni e mi piace allo stesso modo: Coltrane, Monk e Miles Davis.


SITOGRAFIA

- DeLillo su Wikipedia italiana

- DeLillo su Wikipedia inglese

- Intervista a Don DeLillo di Massimo Dini

- Intensity of a Plot. Mark Binelli interviews Don DeLillo

- Lo scrittore contro il terrorista. Intervista a Don DeLillo di Gianni De Martino

- Se la vita è opulenta e pienissima di paura di Irene Bignardi

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