L’arrivo di Wang – O della responsabilità degli artisti

Fatte salve le (grosse) riserve che esporrò nel post, ho trovato L’arrivo di Wang dei fratelli Manetti, pur con qualche pecca più o meno grande, godibile dall’inizio alla fine. Proprio per questo però, e per la sintonia che avrei pensato di provare coi due registi (che avevo già apprezzato per L’ispettore Coliandro) non intendo compiere un’analisi completa e sistematica dell’opera ma affrontare quell’aspetto di essa che mi ha suscitato enormi perplessità, aspetto che ritengo particolarmente decisivo ai fini della valutazione finale del film.

Durante la mia trattazione farò riferimento alla trama utilizzando una dose massiccia di SPOILER; sconsiglio quindi a coloro i quali non avessero visto il film di procedere oltre.
Ciò che mi ha turbato de L’arrivo di Wang è la scelta di un finale che, secondo me, non ha possibilità di fraintendimenti e condiziona talmente il senso complessivo del film da farmelo rifiutare come estraneo alle mie convinzioni.

Innanzitutto, la trama. Gaia, interprete di cinese, viene assunta d’urgenza da Curti, un misterioso uomo dello stato, per un lavoro top-secret: tradurre le parole di un individuo chiamato Wang. Ben presto però Gaia scopre che in realtà questo signor Wang è un alieno arrivato sulla Terra (il colpo di scena è molto bello, ma viene depotenziato dalla fama del film, targato come fantascientifico e che quindi annuncia anche prima dello svelamento la presenza di alieni nella trama). La scelta da parte dell’extraterrestre del cinese per comunicare con gli uomini deriva dal fatto che essa è la lingua più diffusa sul pianeta. Ci troviamo così di fronte ad un alieno, un diverso, arrivato a Roma e che parla cinese.
Uno dei primi commenti dei registi che ho rintracciato su internet mi ha lasciato parecchio perplesso; alla domanda circa la possibilità di vedere nel film “una metafora della Cina alla conquista del mondo” i Manetti han risposto:

Macché, noi facciamo il genere, solo dopo, parlandone con amici, ci siamo accorti che poteva alludere all’attualità.

Senza usare mezzi termini, considero questa risposta offensiva per l’intelligenza degli spettatori, perchè l’intero film è esplicitamente orientato, come tutta la grande fantascienza, al parallelismo con la realtà. Questo non significa appiattire il film alla sola riflessione sul mondo contemporaneo o non riconoscergli libertà fuori dall’analisi sociale, ma è ridicolo sostenere che siano casuali i paragoni e le similitudini che il film lancia tra l’arrivo di un alieno sulla terra, la sua accoglienza, il rapporto con i terrestri e la questione attuale dell’immgrazione in Occidente. Se qualsiasi “invasione” aliena può echeggiare indirettamente la questione del rapporto col diverso, il modo in cui i Manetti trattano il tema in questo film spinge ancora di più verso quest’interpretazione.
Da subito, infatti, la domanda è “Cosa è venuto a fare qua da noi l’alieno?” (è Curti a porre tale interrogativo in maniera estenuante per molte scene, tanto da risultare ripetitivo in maniera eccessiva); perchè è arrivato sulla Terra? Con che intenzioni? Il centro dell’interrogatorio, il centro di tutto il film è questo, è su ciò che si insiste e solo in malafede si può affermare che questi temi non si prestino a paragoni con la realtà. La scelta del cinese come lingua dell’alieno, in questo senso, non è solo una trovata efficace e altamente giustificata all’interno del mondo del film, ma anche un ulteriore parallelismo tra la realtà dell’opera e quella del mondo degli spettatori, un rafforzamento ancora più esplicito del legame tra finzione e realtà.

In un’intervista successiva i due registi hanno decisamente corretto il tiro:

Come tutta la fantascienza, anche la nostra storia racconta la realtà. Noi volevamo mettere in scena il pregiudizio, che c’è anche quando non te lo aspetti. Non è detto che il diverso debba per questo essere buono, né la persona in divisa necessariamente cattiva.

Con questa dichiarazione, finalmente, i Manetti si assumono la piena responsabilità della propria opera. Ma analizziamo bene il contenuto del film: siamo sicuri che L’arrivo di Wang parli di quello che dicono i registi in questa intervista? Per come è strutturato, questo film non è una riflessione sul modo di percepire gli uomini in divisa; i temi affrontati sono invece altri due. Quasi da subito (da quando si scopre la vera identità dell’ospite misterioso) la pellicola si concentra sul conflitto tra Curti e Gaia, in cui il primo non si fa scrupoli a legare, maltrattare e torturare l’alieno per scoprire le sue intenzioni, mentre la traduttrice si schiera contro questi soprusi. E’ impossibile (e non per il soggettivismo dello spettatore, ma perchè, lo ripetiamo, è il film a spingere esplicitamente in questa direzione) non leggere in queste scene un rimando alla guerra al terrorismo post 11 settembre e al dibattito su Guantanamo e sull’uso di pratiche come il waterboarding per ottenere informazioni dai presunti terroristi. Il primo tema, che percorre gran parte del film, è dunque la liceità o meno della tortura per ottenere informazioni nei casi di sospetti terroristi (o di sospetti conquistatori extra-terrestri).

Parallelamente la pellicola è intrisa di un altro conflitto, non meno importante, che coinvolge sempre i due protagonisti e riguarda la fiducia che si riserva al diverso (in questo caso all’alieno). Anche qui il rimando alla nostra attualità è fin troppo evidente; mentre la traduttrice è disposta a credere alle buone intenzioni annunciate da Wang, Curti semplicemente non si fida, non concepisce la possibilità che un alieno sia venuto davvero in pace sulla terra.

Attenzione a quello che fa il film: mischia i due temi, quello della tortura e quello della fiducia nel diverso. La traduttrice porta avanti la visione fiduciosa nei confronti del diverso e contemporaneamente è contraria alla tortura; analogamente Curti non ha fiducia e crede sia giusto maltrattare il detenuto. L’opinione a favore della tortura è mischiata a quella della non fiducia nel prossimo all’interno dello stesso personaggio, senza che ci sia distinzione tra le argomentazioni per un’opinione o per l’altra. La stessa cosa vale per la traduttrice: per Gaia avere fiducia nel diverso coincide con l’essere contro la tortura, quasi che i due temi siano in realtà uno solo.

Questa fusione è molto pericolosa ed il finale lo dimostra attraverso la frase beffarda che l’alieno rivolge alla traduttrice quando lei, dopo averlo liberato, scopre che in effetti le intenzioni di Wang e dei suoi simili erano malvagie (c’è un’invasione, altra potente metafora-parallelismo con la realtà):

“Sei proprio una cretina!” è un giudizio sommario che non ammette distinzioni, proprio perchè le credenze del personaggio cui è rivolto sono un tutt’uno. Nel film non c’è modo di fare un distinguo, non c’è niente o nessuno che faccia notare come la traduttrice può essersi sbagliata sulla bontà dell’alieno, ma che questo non c’entra nulla con la liceità della tortura dei detenuti. I due temi (fiducia e tortura), lo ripeto, sono mischiati, ma mischiarli significa renderli indistinguibili e alla fine uno sembra giustificare l’altro: a questo punto del film, Gaia è una cretina perchè l’alieno si è rivelato cattivo e perchè si era opposta alla tortura. Il finale giustifica a posteriori il comportamento di Curti, le scariche elettriche che ha inflitto a Wang.

Ma non è solo il tema della tortura ad esser trattato in maniera pericolosamente superficiale; ritorniamo alla dichiarazione di intenti dei Manetti: “Non è detto che il diverso debba per questo essere buono”; un’affermazione condivisibile, ma ancora una volta non è questo di cui parla il film, che non mostra allo spettatore differenti tipi di diversità valutandoli singolarmente, ma presenta un uomo, Curti, che sin dall’inizio è diffidente non perchè ci siano motivi, ma perchè non è possibile per lui che un alieno venga in pace. Il finale sceglie di dar ragione a Curti: l’alieno era davvero cattivo, i suoi timori erano giusti e chi di fronte ad un alieno ha potuto pensare che le sue intenzioni fossero buone è semplicemente un cretino. Non ci si limita ad affermare che la diversità non è per forza sinonimo di bontà, ma si sostiene, attraverso la trama, che sia giusto a priori essere diffidenti.
Nel film, infine, non si tratta di stabilire se un singolo alieno (un singolo diverso) sia cattivo, ma di stabilire se la razza aliena sia cattiva. L’individualità del diverso è cancellata nel film: non ci sono tanti individui che possono essere buoni o cattivi, ma c’è un gruppo di diversi, indistinti proprio perchè diversi e assimilati dalla loro malvagità nei confronti dei “padroni di casa”.

E’ chiedere troppo ad un film di fantascienza attenzione a ciò che le le proprie scelte a livello di trama e di messinscena sottintendono e pretendere uno sforzo da parte degli artisti affinchè non ci siano possibili sottotesti inconsapevoli o involontari, ma ci sia invece piena coscienza e responsabilità circa i messaggi delle proprie opere?

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