Del razzismo

Calderoli: “Quando vedo Kyenge penso ad un orango”. La sua frase ha shockato tutti: “Calderoli pensa?!?”

(Non mi sfugge che esiste un razzismo consapevole, “politico” per così dire. C’è chi sostiene a mente fredda la superiorità della razza bianca ed altre simili amenità, così come c’è chi promuove politiche apertamente discriminatorie, ma in questo post voglio concentrarmi sulla forma di razzismo di cui parlerò perchè la ritengo più diffusa e penso che riguardi tutti quanti.)

Il livello culturale in Italia è talmente basso che anche le cose più banali assumono i connotati di rivelazioni rivoluzionarie. Tocca quindi ribadire alcuni punti che dovrebbero essere fermi, ma che in realtà sono tutt’altro che riconosciuti.

Il razzismo non è un club a cui ci si iscrive. Non c’è la tessera da richiedere, non bisogna fare una trafila burocratica per ottenere la patente di razzista.
Per questo nessuno dirà mai di essere razzista, perchè un’ammissione consapevole di tal fatta è, oltre che avvertita da tutti come socialmente riprovevole, anche personalmente difficile da ammettere. Ciò è dovuto anche al fatto che l’essere umano tende per natura a giustificarsi e a trovare alibi assolutorie per se stesso.
La classica battuta fulminante che evidenzia questa propensione umana è

Non sono io a essere razzista, è lui che è negro.

Fateci caso: chiunque inizi una frase con “Non sono razzista, ma…” sta per esprimere un concetto razzista. Perchè facciamo così? Perchè, come ho già detto, è più tranquillizzante, per la propria percezione di sé, convincersi che i pensieri razzisti che ci vengono in mente non siano razzisti, ma siano sempre in qualche modo giustificabili in altro modo che non sia il pregiudizio. E’ un fenomeno strano, per il quale da una parte ci si sente abbastanza in colpa da dover premettere “Non sono razzista” (evidente excusatio non petita, che rimanda sempre ad una accusatio manifesta) e dall’altra si è realmente convinti che l’opinione espressa dopo quella frase non contenga un luogo comune discriminatorio.

Un sottogenere di questo meccanismo è la battuta razzista. Quante volte abbiamo sentito i nostri amici fare battute razziste (o naziste) e poi specificare che non sono razzisti? Bisognerebbe riflettere di più sulla distinzione luttazziana tra tecnica e contenuto di una battuta (è la prima a far scattare la risata, a volte a dispetto del secondo):

Il punto non è se una battuta fa ridere o meno. Si ride infatti per il meccanismo comico […]; ma se questa abilità ti serve a veicolare un’idea razzista, sei un razzista.

Vi è, infine, l’insulto razzista, e qui le carambole giustificatorie toccano i vertici della spettacolarità: coloro che usano contro le persone di colore il termine “negro” sono solite sotenere che è solo un modo per insultare, che il razzismo non c’entra. Anche qui: è molto più semplice convincersi che sia così, ma così non è affatto. Se usi un termine razzista, sei razzista. Ci sono mille modi per insultare una persona, se tu scegli proprio “negro” sei razzista. Se ad una persona di colore che si è comportata da bastardo dici “negro” e non “bastardo”, sei razzista. Finiamola con tutta questa ipocrisia autoassolutoria.

In questi giorni di polemica per la frase razzista di Calderoli, un altro tormentone è tornato in voga per sostenere che il ministro non avesse espresso concetti razzisti: “Ma se è razzista Calderoli, allora lo è anche chi dà del nano a Brunetta!”. Attenzione attenzione: sì.
Il termine giusto, più che razzista, sarebbe discriminatorio, ma il concetto è lo stesso: se dài a Brunetta del nano, se dài a Totti del romano di merda, stai insultando una singola persona utilizzando attributi fisici in maniera denigratoria, oppure facendo ricorso a pregiudizi socio-culturali. Questa è la definizione di discriminazione.

Calderoli, per difendersi dall’accusa di razzismo, è riuscito anche a dire che paragonare la Kyenge ad un orango non era un giudizio politico, ma estetico. Come se insultare una persona perchè è brutta sia invece una cosa accettabile!

Piccolo manuale di comicità – Lezione I (o della Differenza Fondamentale)
Sfottò: deridere Calderoli perchè è brutto.
Satira: deridere Calderoli perchè è stronzo.

E’ difficile ammettere di essere razzisti, perchè si ritiene (in maniera erronea) che l’esser razzisti sia una categoria assoluta dell’essere, che si può essere solo “razzisti sempre” o “non razzisti”: ammettere di aver avuto una reazione o un pensiero razzista equivarrebbe così ad ammettere di essere una persona cattiva, dai comportamenti cattivi. Soprattutto, significherebbe ammettere di essere consapevolmente, volutamente cattivi. Ma le cose non stanno affatto così: la diffidenza nei confronti del diverso può essere una reazione istintiva (dovuta allo smarrimento di fronte a ciò che non si conosce, all’allontanamento dalla norma quotidiana e perciò rassicurante) e, esattamente come qualsiasi altro istinto, non qualifica di per sé la persona che lo prova. E’ il passo successivo a definire chi sei. Se riconosci la tua paura come immotivata, se non agisci in base ad essa, se correggi l’istinto, non sei razzista. Se ti lasci trasportare da essa, lo sei, anche fosse solo per quel momento. Se poi ti bei di questo istinto, sei pure stronzo.

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