San Valentino

Il giorno di San Valentino di qualche anno fa dichiarai a Debora, la mia ragazza, che l’amavo così tanto che non c’era nient’altro che desiderassi al mondo. Il 15 febbraio ero nel cesso di un bar della Barona con un metro di lingua nell’orecchio di Sally.

Ehi non guardatemi così: ero stato sincero con Debora. Nell’esatto momento in cui pronunciavo quella dichiarazione d’amore, lei era davvero tutto ciò che desiderassi al mondo. Come potevo immaginare che il giorno seguente avrei conosciuto una ragazza capace di farmi venire solo pronunciando Das Unbehagen in der Kultur? Fino al giorno prima il mio mondo non prevedeva l’esistenza di una donna che sprizzava così tanta voglia di vivere che standole vicino cominciavi a condividere l’entusiasmo di Baricco e a considerare Jovanotti un nichilista; ventiquattr’ore dopo il mio mondo si era allargato, ed improvvisamente Debora non mi bastava più.

Così ebbe inizio la mia prima relazione adulterina. Il brivido dei sotterfugi, degli incontri di nascosto, dei messaggi in codice durò esattamente una settimana, dopodichè subentrò la routine burocratica dell’organizzazione del mio tempo, che andava diviso in maniera calibrata al dettaglio: uno pensa che a tradire la propria partner ci si senta come 007, e invece ti ritrovi a fare la vita di un impiegato della DDR.

Vi starete chiedendo: ma non ti sentivi in colpa? Se si ama veramente una persona non le si può fare del male, come tra l’altro dimostra ampiamente il rapporto tra Dio e suo figlio Gesù.

Se è vero che se ami veramente una persona non le fai del male, allora a giudicare da come si comporta conosco solo gente che odia profondamente se stessa. Cazzo, io sono la persona che amo di più al mondo e probabilmente sono anche quella a cui ho fatto più male nella mia vita.

Sì. Mi sentivo terribilmente in colpa. E la cosa peggiore era che più era meraviglioso il tempo trascorso con Sally, più quando ci dividevamo mi facevo prendere dal rimorso; e il giorno dopo la richiamavo per organizzare un nuovo incontro, che in seguito mi avrebbe causato sensi di colpa ancora maggiori, amplificati dall’amore che Debora riversava ignara su di me. Mi sentivo una merda, ma non riuscivo a smettere di tradirla. Era un po’ come col tic del togliersi le pellicine. Sin da bambino, non appena mi si forma una bollicina su un dito, mi tolgo la pelle fino a scorticarmi. Davvero: smetto solo quando esce sangue (che tra l’altro è la stessa regola che uso quando scopo donne mestruate). Un mio amico l’altro giorno mi fa: “Dovresti avere più autocontrollo”; quello che non capisce è che strapparmi le pellicine è GIA’ autocontrollo. Se non mi controllassi, scuoierei vivi i passanti.

I miei tradimenti continuarono. Cominciai a bere, perchè quando bevevo potevo incazzarmi coi passanti senza preoccuparmi del fatto che ero un povero stronzo senza spina dorsale. Tornavo a casa a notte fonda completamente ubriaco e arrivavo al mattino tirando pugni al muro fino a farmi sanguinare le nocche per il solo gusto di farmi male e vomitando l’anima. (Praticamente, ero un mix così potente di autodistruzione e schifo che mi stavo trasformando nel Partito Democratico.)

Eppure stavo così bene con Sally. Lei sapeva esattamente com’ero, riusciva a capirmi con un solo sguardo, e l’averla conosciuta mi aveva fatto capire che, sotto sotto, il rapporto con Debora si stava logorando da tempo: lei era sempre presa con lo studio e mi rendevo conto per la prima volta che, in fin dei conti, pur amandomi mi dava troppo per scontato. Quando avevo provato a parlarne con lei, mi aveva risposto con la stessa indifferenza che le opinioni di Giovanardi riservano alla realtà dei fatti.

Vi rendete conto di cosa sto facendo, vero?

Vi sto mettendo dalla mia parte. Sto costruendo un’abile narrazione che vi faccia provare empatia nei miei confronti. In questo modo, solidarizzando umanamente con me, vi schierate inconsciamente dalla parte del traditore. Oops.
Alla fine, non facciamo altro che raccontare agli altri la nostra versione parziale e interessata dei fatti, sperando che gli altri siano abbastanza obnubilati dall’affetto che provano per noi da non vedere i vistosi buchi della nostra sceneggiatura; che la nostra apprezzata personalità possa nascondere i difetti evidenti del copione che recitiamo, manco fossimo Claudio Bisio.

I momenti di senso di colpa erano ampiamente ricompensati dai pompini di Sally, e in ogni caso il dolore che mi causavano era incomparabilmente inferiore a quello che avrei provato se avessi lasciato Debora (nonostante tutto, non volevo separarmi da lei), destabilizzando la mia intera vita. Ed eccoci al punto, cari amici: chi me lo faceva fare di mettere in pericolo una situazione che tutto sommato a me andava bene così? Perchè mai avrei dovuto essere io a fare la cosa giusta nei confronti di Debora, quando la cosa sbagliata mi faceva stare così bene? Perchè avrei dovuto guardarmi in faccia onestamente, quando la menzogna era così soddisfacente? Non sono un eroe, sono uno che va ai colloqui di lavoro e spera di non esser preso, così posso illudere me stesso fingendomi dispiaciuto per il colloqui andato male, quando in realtà era dal principio che quel lavoro non lo volevo.

La morale, in questo San Valentino di molti anni dopo Debora, Sally e tutte le altre persone che hanno affollato la mia vita sentimentale, ferendomi e facendosi ferire, è che siamo tutti fottutamente deboli (ed è per questo che abbiamo bisogno d’amore), e che ci piace lasciarci cullare dalla nostra debolezza, perchè è comodo. Ma vi sono anche attimi di accecante bellezza in cui qualcuno si alza e, solo di fronte a se stesso ed ad un mondo oscuro, ha il coraggio di prendersi una responsabilità.

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