“Non vedo che problema c’è se mi vendo”: il rap, il successo e l’assoluzione pubblica dei peccati

Io faccio musica commerciale,
perché mi piace farvi incazzare,
però resto un genio al soldo del male,
perché al contrario di voi so rappare.
Sono una fabbrica di successi,
sul palco non sul pc,
e non ho mai venduto me stesso,
però io ho venduto i cd.
(Jake La Furia)

Mi sembra che ci sia una moda, ultimamente molto vistosa nel rap ma che probabilmente appartiene a chi proviene da un qualsiasi settore del mondo “alternativo”, che consiste, una volta “emersi”, diventati mainstream, con tutto ciò che comporta (canzoni più commerciali, pubblicità, presenza in programmi discutibili) nel fare canzoni ironiche sul fatto di essersi venduti al sistema. Io la chiamo coda di paglia.

Mi dai del commerciale, ti sbagli
Io sono supercommerciale al cubo
(Fabri Fibra)

Il denaro c’è sempre nei nostri dischi, perché non vogliamo essere ipocriti: a differenza di tutti quelli che in Italia si vergognano a dire che vogliono i soldi, come se ci fosse qualcosa di male, per noi non è così. Come in passato non ci siamo vergognati di parlare di altre cose. Del resto sono tutti fissati con il denaro, com’è possibile non parlarne?“: detta così, sembra più che legittima l’opinione di Guè Pequeno; fare soldi col proprio lavoro non è un male, anzi. Il problema, ovviamente, è un altro, e lui finge di non vederlo. E’ comunque in buona compagnia, se J-Ax arriva a direNon vedo che problema c’è se mi vendo“. Forse, per citare un altro rapper, “il problema è che ho un problema se per te non è un problema.
E’ sempre una questione di come. Come lo raggiungi il successo? Quale prezzo sei disposto a pagare per raggiungere la celebrità? A quanto hai rinunciato, con le tue nuove canzoni commerciali, per arrivare ad un pubblico più grande? Come si tengono assieme coerentemente La nuova stella del pop (critica degli Articolo 31 al mondo dei talent show) e la partecipazione di J-Ax a The Voice, o la partecipazione dei Club Dogo ad Amici con la visione del mondo che permea i loro testi?
In questo senso, fa sinceramente ridere la risposta piccata di J-Ax alle critiche di D’Orrico non solo perchè usare la forza del consenso per sminuire le critiche altrui (tu che mi critichi hai venduto pochissimo rispetto a me e sei uno sconosciuto) è una tecnica veramente odiosa, tutt’altro che anticonformista come J-Ax si ostina a volersi dipingere (accompagnata tra l’altro da battute sull’aspetto fisico, altro grande classico dei prepotenti e non dei ribelli), ma anche perchè è pacifico che quel successo di vendite non derivi tanto dalla qualità del libro (che può esserci o no, non è questo il punto) ma dalla sua apparizione televisiva, di cui il libro è il corollario, un suo gadget commerciale.

Di solito, la replica a queste obiezioni (oltre al sempre verde: “Siete solo invidiosi“) è che questi artisti partecipano a quei programmi per portare in tv, ad un pubblico più vasto, il loro mondo. Per esprimere, in un contesto ostile, una visione differente, addirittura per destabilizzare lo status quo musicale televisivo.
C’è un momento bellissimo in 15 milioni di celebrità, secondo episodio della prima stagione di Black Mirror, in cui il protagonista riesce a partecipare al talent show che è il fulcro e l’apice di ogni attività umana nella distopia proposta dalla trama e, minacciando di uccidersi, pronuncia un memorabile monologo contro l’ideologia consumista di quello spettacolo televisivo, che riduce tutto, comprese le persone, a merce. Dopo un silenzio carico di suspense generato dalle tesi radicali contro il programma appena espresse in diretta nel programma stesso, il giudice-conduttore dello show si complimenta col protagonista, tra i boati di un pubblico entusiasta, per la forza dirompente del suo monologo e lo invita a partecipare al talent show: il suo sfogo anti-sistema viene inglobato dal sistema, ne diventa parte, uno dei tanti momenti di intrattenimento, “30 minuti, due volte alla settimana“, che funziona proprio per la sua (ora solo apparente) carica eversiva, che piace tanto agli spettatori.

Il potere televisivo ha la capacità di assimilare le istanze divergenti e volgerle a proprio vantaggio: tutto diventa spettacolo e, costretto nei canoni del piccolo schermo, ogni messaggio perde la sua identità e, mischiandosi al resto, perde ogni potenziale eversivo. Non è solo perchè, con McLuhan, il mezzo è il messaggio, ma perchè il solo fatto di esistere televisivamente implica forme che non potranno mai ribellarsi davvero al mezzo che le veicola e alla sua ideologia. Ecco perchè non si può fare un discorso contro la mercificazione all’interno di un talent show, perchè tutto ciò che è al suo interno è già spettacolarizzazione consumista. Non c’è bisogno di censura, quando si può trasformare la ribellione in uno spot sulla ribellione, utile all’audience, commercialmente remunerativo.

Come per un carnevale bachtiniano, l’effrazione momentanea delle regole diventa una valvola di sfogo che sopisce gli intenti rivoluzionari, una pausa in cui si sovverte l’ordine delle cose, si deridono i potenti, per poi tornare, placati i rancori e le recriminazioni dei subalterni e senza che nulla sia cambiato, alla routine e ai rapporti di forza consueti.

La partecipazione ai meccanismi commerciali dello show business è di solito accompagnata da due pezzi forti del qualunquismo populista, la rivendicazione del disimpegno e il “così fan tutti”: secondo Jake La Furia Adesso più che mai, poi, è il momento di parlare di soldi, visto che sono il problema numero uno in Italia. Poi si critica chi tenta di dare di sé un’immagine vincente e ambiziosa, mentre se sei socialmente impegnato allora sei un figo. Peccato che molti di quelli che nel nostro ambiente sembrano impegnati, poi sono merde come gli altri…

Più venduto degli alcolici e dei medicinali
degli appalti, dei biglietti dei Mondiali
noi che ci mangiamo siamo artisti commerciali
per tutti gli altri che vorrebbero essere nostri commensali
non sono andato al Primo Maggio quest’anno
perché mi davano più cash in una discoteca a Vasto […]
fra la gente famosa sono tutti no global
da quando l’underground va di moda
(J-Ax)

Ammesso e non concesso che si possa generalizzare così sui comportamenti degli altri, perchè mai le condotte sbagliate di terzi dovrebbero giustificare le nostre? In realtà, questo tipo di discorso è subdolo proprio perchè suggerisce che le uniche due alternative siano l’ipocrisia di chi fa il moralista e si comporta male e l’onestà di chi agisce altrettanto turpemente ma almeno lo dice; la terza possibilità, cercare di vivere in maniera coerente alle proprie parole e ai propri valori, non è nemmeno presa in considerazione, non esiste.

Ci si limita, dunque, a rivendicare la propria onestà: a differenza degli altri ipocriti si ammette che si è commerciali, che si fanno tormentoni acchiappa-successo. Questo atteggiamento mi sembra indicativo di un comportamento che, tendenzialmente, appartiene a tutti e riguarda campi anche diversi dalla musica; un atteggiamento che ha nella sua semplicità la forza che lo rende difficilmente emendabile; la comodità ha gioco troppo facile contro la fatica per non essere una tentazione fortissima per ognuno di noi. L’onestà sostituisce la coerenza e l’impegno: non importa che facciamo cose sbagliate, basta dichiararlo esplicitamente, senza ipocrisia, e pretendiamo l’assoluzione pubblica senza dover nemmeno provare a cambiare le nostre azioni.

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4 pensieri su ““Non vedo che problema c’è se mi vendo”: il rap, il successo e l’assoluzione pubblica dei peccati

  1. sensazionianonime

    Non dico che hanno ragione però almeno si dichiarano per quello che fanno e per quello che sono. Così che il pubblico può decidere se ascoltarli o no e loro si salvano la coscienza dicendo la verità. Pensa se un politico dicesse la verità?
    Forse un politico non è un buon esempio visto che tutti sanno lo schifo che creano eppure li votano ancora…

    Rispondi
    1. Garguz Autore articolo

      Che siano sinceri non lo metto in dubbio, ma la sincerità non mi basta. Mi sembra sempre che, più che altro, si tratti di “confessioni”: non avrebbero bisogno di giustificare la loro musica commerciale se non pensassero che in qualche modo sia sbagliato farla. E a quel punto, invece di cercare di non farla, si limitano comodamente ad ammettere di farla.

      Rispondi
  2. sensazionianonime

    Io ti do un mio parere che può essere giusto o sbagliato. Ho frequentato il mondo artistico per 10 anni, e io sono una persona comune, il mio sogno era quello di sfondare, come tutti coloro che sognano una carriera artistica. So che vuol dire sudare e soprattutto vederti sempre chi dicono loro passarti avanti, e nonostante li critichi per quello che fanno perchè si vendono (ognuno a modo suo) vorresti essere al loro posto. Se sei surclassato per tutta la vita, per quanto da ragazzo dicevi che non avresti mai fatto musica commerciale, credo che poi quando arriva la fama e sai che potresti avere ancora di più facendo un qualcosa di commerciale lo fai. Ma dentro di te c’è sempre quel ragazzo che aveva sani principi quindi ammettendo quello che fanno cercano una specie di giustificazione credo!
    Sarà che venduti o no in un anno guadagnano tutto quello che io guadagnerò in una vita!! :-/

    Rispondi
    1. Garguz Autore articolo

      “Ma dentro di te c’è sempre quel ragazzo che aveva sani principi quindi ammettendo quello che fanno cercano una specie di giustificazione credo!”

      Più o meno è come la penso io.

      E’ vero che è facile criticare quando, come nel mio caso e in moltissimi altri, non si ha la possibilità del successo, ed è difficile resistere alla tentazione di commercializzarsi. Però mi piace pensare che, con tutte le difficoltà del caso, riuscire a rimanere coerenti, o almeno provarci, sia possibile.

      Rispondi

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