Clown girl – Monica Drake

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

clown-girlNel bel mezzo di un’esibizione durante una fiera, Nita, in arte Sniffles, ha un malore che la costringe al ricovero in ospedale, dal quale uscirà debilitata nella mente e nel fisico, con in mano nient’altro che un recipiente per le urine per affrontare il mondo. Da qui iniziano le peripezie della clown girl timida e goffa, sentimentalmente confusa e preda di problemi cardiaci ed attacchi di panico protagonista di questo romanzo.

Sarebbe un errore lasciarsi suggestionare dalla prefazione entusiasta di Chuck Palahniuk e cercare in Monica Drake un epigono dello scrittore di Fight Club: da questo punto di vista la scrittrice è, al massimo, un Palahniuk in minore, in cui riecheggiano le divagazioni specialistiche e le frasi ad effetto poste a fine paragrafo tipiche dell’autore di capolavori come Rabbia e Ninna Nanna, senza arrivare però a quella peculiarità che rende lo stile di quest’ultimo inconfondibile ed eccezionale. Nonostante le situazioni in cui Nita si imbatte siano improbabili, il libro non raggiunge mai i toni grotteschi di Palahniuk, mantenendo invece un registro più realistico. Anche se il clima non è patetico o melodrammatico grazie alla vitalità che la protagonista infonde alla prosa, sono assenti momenti davvero esilaranti. Ci sono, quelle sì, molte gag fisiche: capitomboli, botte, fughe, inseguimenti ed un omaggio allo sketch con la macchina da scrivere di Jerry Lewis. D’altronde in questo suo libro Monica Drake utilizza tutto l’immaginario classico dei pagliacci riadattandolo ad una storia e a tempi moderni: come buona parte dei suoi predecessori nell’arte circense, Nita è un’emarginata (vive in una sorta di comune a Baloneytown, un quartiere povero e degradato), si esibisce in compagnia di un cane addestrato ed è afflitta da una perenne fame atavica, non quella gioiosa e bambinesca di Arlecchino, ma quella reale che provoca gravi scompensi fisici. Possiede un’ambulanza dismessa che utilizza come magazzino nell’attesa che il suo ragazzo, Rex Galore, ritorni da San Francisco dove si sta trattenendo da parecchio tempo a causa di un colloquio d’ammissione all’accademia dei clown continuamente rimandato.

Nita riunisce in sé due figure tipiche della comicità ebraica, lo schlemiel e lo schlimazel: non è solo l’imbranata che fa cadere la zuppa, è anche colei che riceve la zuppa addosso, la vittima contro cui l’intero universo si accanisce.

A testimonianza della lunghissima e gloriosa tradizione cui Sniffles è debitrice, durante il racconto vengono citati grandi clown storici come Grimaldi, Bozo, Chaplin, Emmet Kelly e persino Gacy, il serial killer statunitense chiamato Killer Clown perché durante alcune feste e manifestazioni si esibiva per i bambini travestito da pagliaccio. A differenza di quest’ultimo, però, in Nita non c’è niente di spaventoso; non è neanche il clown incattivito, arrabbiato col mondo, come l’Hans Schnier di Böll (con cui al massimo condivide la salute precaria e la solitudine): il tragico appartiene più alla sua vita che alla sua professione, svolta sempre con allegria.

Nel Ritratto dell’artista da saltimbanco Jean Starobinski rivela come la figura del clown sia assurta, soprattutto nel corso del Novecento, a simbolo della sensibilità artistica tout court. Monica Drake sembra condividere questa impostazione ed infatti la sua Sniffles, dietro l’apparente ilarità che il pagliaccio è costretto a mostrare, nasconde un animo delicato dovuto anche alla storia di privazioni e sofferenze che ha vissuto: una serie di abbandoni più o meno seri (si va dai genitori morti prematuramente ad un pollo di gomma scomparso, passando per la dolorosa esperienza di un aborto) le hanno lasciano un senso di smarrimento e di solitudine esistenziale.

Come un personaggio cechoviano, Nita coltiva la speranza di un futuro diverso, in cui potrà riunirsi a Rex, costruire con lui una famiglia, e vivere della loro arte; non solo sogna di realizzare un adattamento coreografico della Metamorfosi di Kafka, ma intende anche la sua professione come un compito valoroso; ad un certo punto lo dice chiaramente rifacendosi alla tradizione che porta ai fools shakespeariani e ai loro precursori popolari: i clown rappresentano gli oppressi, chi non ha voce. Di queste intenzioni, però, nel romanzo non si vede nulla: se si esclude il contesto degradato in cui agisce, il ruolo di Nita non viene mai investito di un qualche significato sociale.

In ogni caso, come nelle opere di Cechov, le sue illusioni sono destinate al fallimento e l’aspirazione deve lasciare ben presto il posto alla realtà: la gente vuole ruzzoloni, fiori che schizzano, palloncini colorati… La sua “capa”, Crack, cerca di riportarla continuamente coi piedi per terra, ironizzando sulle sue velleità: fare il pagliaccio è un lavoro come un altro e l’importante è sbarcare il lunario, anche a costo di ingaggi che di artistico hanno ben poco. Il fatto di essere donne, probabilmente, non aiuta: è molto più facile per loro puntare sul lato sexy (ed in effetti è ciò che le consiglia Crack) tralasciando l’aspetto artistico della professione; d’altronde si sa, erotismo e comicità si escludono a vicenda, dove c’è l’uno non può esserci l’altra.

Nita, come tutti i trickster e i jester prima di lei, per vivere è così costretta a barcamenarsi tra performance malpagate e piccoli taccheggi, e questo la metterà in una posizione ambigua quando intreccerà il suo destino con quello di Jerrod, un poliziotto il cui interesse per la clown girl sembra superare il dovere professionale. È proprio dal rapporto conflittuale tra Nita e Jerrod (che si inserisce nella tradizionale avversione all’autorità che caratterizza molte figure comiche, si pensi al Charlot di Chaplin) che scaturiscono i momenti più interessanti del romanzo: come la protagonista, anche Jerrod è un romantico, ha scelto di fare il poliziotto per aiutare gli altri, per cambiare le cose; cerca di conservare il suo ottimismo in un contesto che potrebbe invece spingerlo al cinismo. Alla fine, la sua non è la stessa missione dei clown, portare un po’ di sollievo in una vita altrimenti intollerabile? Il suo personaggio servirà anche a metter in discussione l’assunto di base su cui si fonda buona parte dell’epica degli artisti outsider: dare la colpa di tutto alla società, sostiene il poliziotto, è una via comoda per non prendersi le proprie responsabilità individuali. “Gli uomini sono ciò che pensano di essere” ricorda Jerrod a Nita, citando Cechov le cui atmosfere, come abbiamo visto, non sono lontane dall’universo in cui si muove la nostra clown girl. Il limite di Sniffles è proprio l’estrema ingenuità condiscendente con cui giudica se stessa come una vittima predestinata, impregnando le sue riflessioni di una retorica stantia nella sua semplicità già abbozzata innumerevoli volte da altri personaggi emarginati prima di lei. Certo, anche il pensiero di Jerrod è troppo schematico (davvero la società non influenza minimamente il destino individuale?) ma in un romanzo centrato sul punto di vista di Nita, a lui spetta il compito di problematizzare le convinzioni della clown girl.

Uno dei temi centrali del romanzo è dunque la caduta, strettamente connessa alla comicità se è vero, come sosteneva Baudelaire, che il riso “è intimamente legato al fatto d’una antica caduta”, e dalle profonde valenze simboliche; un tòpos centrale nell’immaginario delle diverse culture mondiali, in cui troviamo numerosi racconti analoghi a quello ebraico-cristiano di Adamo ed Eva, che esprime una riflessione sulla condizione umana. Nel caso di Nita si tratta di una Caduta dall’Eden dell’arte sulla dura terra della disillusione: il bagno di realtà la trasforma, permettendole di emanciparsi dal ruolo passivo che ha esercitato fino a quel momento. Cechov ha ragione, siamo ciò che vogliamo essere: e così Nita, la clown girl, la vittima delle circostanze, lo schlimazel, dopo una vita passata ad impersonare ruoli imposti dal mondo esterno, sceglie finalmente il suo personaggio.

La mia libreria su Anobii.

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