Kautokeino, un coltello insanguinato – Lars Petterson

[Questa recensione è stata scritta per Thriller Cafè]

194Si inizia con un ritorno. Sul luogo del delitto? Cosa è successo quattro anni prima all’uomo con cui si apre questo romanzo? Perchè tutti lo riconoscono e lo guardano con sospetto?
Anche Anna Magnusson, assistente del procuratore a Stoccolma, sta tornando a Kautokeino, il paesino nel nord della Norvegia dove ha vissuto durante l’infanzia, richiamata dalla nonna per difendere dall’accusa di stupro suo cugino Nils Mattis. Gli unici ricordi che Anna ha del cugino sono quelli di gioventù: un ragazzo taciturno, solitario, poco incline a socializzare con una parente proveniente dalla città. Le cose non paiono essere molto cambiate e d’altronde è tutto Kautokeino ad essere sospettosa verso gli estranei. Il piccolo villaggio che dà il titolo a questo thriller è abitato in massima parte dai Sami, la popolazione indigena di quella regione a cavallo tra Norvegia, Finalndia e Svezia che chiamiamo Lapponia; nell’estremo nord domina ancora il legame alla siida, alla comunità, ed è un sentimento di chiusura verso l’esterno percepito come minaccia ai propri valori. La visita a casa della zia Sara Marit, madre dell’accusato, conferma ad Anna le sue sensazioni: su di lei, in questo mondo dove ci si presenta dicendo anche i nomi dei genitori, pesa la colpa della madre, che ha tradito la tradizione e la famiglia per seguire suo marito (un daza, cioè un non-Sami) e accettare le comodità urbane moderne. Anna è cresciuta così in città, voltando le spalle a quel mondo ancestrale, e i suoi parenti non perdono occasione per rinfacciarle questa sua scelta, che di fatto l’ha esentata dalle responsabilità nei confronti della famiglia, che da sempre si occupa di allevazione delle renne e che oggi, spinta dalla difficoltà sempre maggiore di vivere del proprio lavoro, è in lotta senza esclusioni di colpi con gli altri allevatori.

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