Odessa star – Herman Koch

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

odessa_star_02Fred è un uomo mediocre, solitario, intelligente, ha una moglie ed un figlio coi quali non riesce a comunicare; coltiva rapporti sociali ma disprezza tutti. Il tipico personaggio di Koch, insomma, nei cui pensieri ritroviamo il disgusto per i dettagli intimi degli altri che provava il medico protagonista di Villetta con piscina: la dimensione corporea, nella sua volgare invadenza (odori, liquidi, escrescenze), è una vera e propria offesa agli occhi del protagonista, nauseato dalla sciatteria di chi gli sta attorno.

Fred incontra per caso Max, un suo vecchio compagno di scuola; da quel momento nasce in lui un’autentica ossessione per l’amico. Cosa lo affascina tanto? Max è ricco, arrogante, di successo e mostra platealmente la sua agiatezza mentre Fred, tutto sommato benestante, è finito a vivere in un quartiere dove tutti cercano di nascondere quello che sono per illudere se stessi e gli altri d’esser diversi. L’ipocrisia è un tema caro a Koch che presenta sempre figure che di fronte alle finzioni con cui occultiamo la nostra natura e alla grigia mediocrità omologata della maggior parte di noi risaltano nella loro assenza di remore a mostrarsi per come sono, e poco importa se ciò significa legittimare comportamenti ed opinioni discutibili.

L’atmosfera del libro è quella del thriller: Max viene ucciso e Fred sembra sapere più di quello che ci dice. Koch è abilissimo a mantenere alta la suspense attraverso la reticenza del protagonista che non ci rivela le sue motivazioni e ci nega informazioni preziose. Ma allora chi è Fred Moorman?

E’ un Travis Bickle borghese: la sua rabbia è meno collegata direttamente ad un ideale (distorto) di giustizia sociale ma col protagonista di Taxi driver condivide una visione conservatrice della società, il senso di frustrazione per lo sfascio del mondo e la sensazione di essere l’unico pulito in un contesto debosciato. E’ da questi presupposti che nasce l’odio di Fred per gli altri. Certo, la sua condizione sociale lo tiene a maggiore distanza dalla violenza rispetto al tassista interpretato da De Niro: almeno all’inizio le sue invettive sono semplici sfoghi, i suoi propositi di vendetta restano sogni ad occhi aperti. Proprio per questo, però, ci stupiamo ancora di più quando questa violenza si concretizza: la scena in piscina col ragazzo down, quando è solo la casualità ad evitare il peggio, è terribile nella ferocia glaciale che si è impossessata di Fred, che si dimostrerà capace di tutto.

La scelta della reticenza, che esclude il lettore da molte spiegazioni, oltre a spingere al page-turning, è efficace nel descrivere le dinamiche che muovono Fred il quale, come tutti, non agisce con intenzioni consce né le esplicita a se stesso (chi ha bisogno di farlo?). Il non detto diventa cifra stilistica perfettamente adeguata ad un libro che non prende le distanze dal suo protagonista ma ne sposa il punto di vista al punto da non far capire il giudizio di Koch su di lui: è il fascino pericoloso di questo autore, che gioca sempre sul filo del rasoio stando in equilibrio estremamente precario sul confine che separa la mera descrizione di individui meschini e il dar loro ragione. L’aspetto disturbante dei suoi romanzi è proprio l’impressione che prenda le parti di razzisti, omofobi, violenti e che ci dica: “Sotto sotto siamo tutti così”; a volte, insomma, si sente il tono compiaciuto di chi sdogana il politicamente scorretto, liberandosi con sollievo della costante fatica che la convivenza civile richiede. Non è da tutti destreggiarsi in campi così minati, ed il rischio di finire ad abbracciare una retorica destrorsa e populista è altissimo: I nostri ragazzi, la trasposizione cinematografia italiana de La cena, ad esempio, pur essendo un buon film con un cast eccellente, traduce l’essenza ambigua del libro in un atto d’accusa monolitico all’ipocrisia dei benpensanti di sinistra, esercizio di moda tra gli intellettuali progressisti del nostro paese.

In questo libro Koch fa un passo indietro e si ferma su un terreno più sicuro; in effetti Odessa star è stato scritto prima degli altri lavori pubblicati in Italia e forse ai tempi l’autore olandese non aveva ancora trovato il suo modo di osare. E’ più evidente, infatti, il giudizio sul protagonista, un uomo marginale colmo di gelosia ed invidia, le cui idee possono quindi essere più agevolmente interpretate come il frutto guasto della sua frustrazione sociale. Se questo romanzo fosse stato scritto più recentemente, Fred sarebbe campione di hate speech su facebook.

Ammetto che, da lettore, mi sono sentito più a mio agio con le nefandezze di Fred che con quelle dei protagonisti degli altri romanzi di Koch perché lo sentivo più lontano da me e potevo spiegare ciò che non sopportavo in lui con evidenti ragioni sociologiche. È un bene o un male? Fino a che punto la letteratura dovrebbe portarci a dubitare di noi stessi?

Torniamo alla reticenza. Non sappiamo, cosa importante, di cosa si occupi Max. E’ evidente che sia un criminale ma pur se tutti lo sanno nessuno lo dice esplicitamente, creando un clima omertoso di connivenza che visto da fuori appare soffocante.

“In quegli ambienti niente è gratis” e la proposta che non si può rifiutare arriva anche per Fred in un finale da thriller vero e proprio in cui il romanzo diventa praticamente una crime story spostandosi in parte dai temi trattati fino a quel momento per indulgere su una letteratura più di genere senza comunque rinunciare al proprio stile. Questo cambio introduce, inaspettata, un’ultima e decisiva riflessione: la violenza è l’essenza del potere. Tutte le relazioni umane si fondano su rapporti di forza. Nella sua ansia di riscatto, Fred ha voluto provare la mela del potere scoprendone la tentazione irresistibile: una volta assaggiata, non ci si può accontentare di un piccolo morso. Fred sognava d’essere un cacciatore in un mondo di prede, ma c’è sempre un predatore più grosso, ed anche il ragno finisce intrappolato nella ragnatela.

La mia libreria su Anobii.

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