Ruggine americana – Philipp Meyer

[Questa recensione è stata scritta per Critica Letteraria]

ruggine-americanaPennsylvania, Mon Valley: un tempo il principale centro siderurgico mondiale, ora ambiente urbano desolato, sofferente a causa di una crisi iniziata tempo fa e che sembra non avere fine. La gente è stata licenziata, le fabbriche hanno chiuso ed è rimasta solo la ruggine a coprire i vecchi muri. Case, negozi e industrie lasciate andare, povertà strisciante e una sensazione funerea che non se ne và. Ovvio che anche chi vive in quelle zone risenta di queste condizioni: è un’umanità lacerata, quella che ci racconta Meyer nel suo romanzo d’esordio. Non fa eccezione Isaac, ventenne mingherlino, molto intelligente ma insicuro, che nella più classica delle tradizioni americane ed echeggiando numerosi precedenti da romanzo di formazione, parte per un viaggio, o meglio scappa. Destinazione California, dove il college gli darà l’opportunità di realizzarsi sottraendosi ad un destino angusto e soffocante. Già nel primo capitolo, però, arriva un imprevisto: il ragazzo si ritrova ad uccidere un barbone che stava per violentare il suo amico Poe. Non si può decidere quale sarà il proprio percorso formativo, è la vita a stabilire come forgiarti e quali esperienze si radicheranno in te.

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