Stanza 411 – Simona Vinci

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

vinci2Roma, una stanza d’albergo (la 411) e il corpo di una donna, sezionato dallo sguardo impietoso della sua proprietaria che si sta preparando all’appuntamento con un uomo. Finora ho usato gli articoli indeterminativi, ma la voce narrante della protagonista sembra autorizzarci a passare a quelli determinativi e alle maiuscole iniziali; in questo libro infatti si parla dell’incontro tra l’Uomo e la Donna, all’insegna dei cinque figli di Venere e Marte: Amore, Antero (l’ombra, l’altro, l’opposto), Paura, Terrore e Armonia.

L’universalità però la si racconta bene solo narrando una storia particolare, ed ecco che il romanzo diventa un flashback che ci mostra come una specifica coppia si è conosciuta e ci svela l’educazione sentimentale della protagonista che, scottata in gioventù dalla potenza bruciante della passione, ha deciso di tenersi alla larga da quel pericolo impedendo ad altri uomini di toccare le sue profondità. Ma l’amore, lei lo sa bene, sa travestirsi, nascondersi, colpirti quando meno te lo aspetti. Urge a questo punto una precisione: non stiamo recensendo un libro rosa. La storia che Vinci ci propone non può esser definita come la commedia romantica del genere umano; semmai, prendendo sempre a prestito un termine teatrale, ne è il dramma erotico, versione non meno vitale ma certo più problematica (e realistica) delle passioni degli uomini, capaci tanto di dare un senso all’esistenza quanto di rovinarla. Siamo tutti in equilibrio precario tra questi due poli.

La protagonista genera immediata, tenera empatia nel lettore che non può non riconoscere parte del suo vissuto nelle vicende sentimentali di questa donna. Nonostante l’esperienza le impedisca un’ingenuità affettata e stucchevole, ella riesce a mantenere vivo lo stupore, quella dolce tensione dell’incontro che rende l’amore una forza adolescenziale di apertura all’altro e di realizzazione di sé.

A volte il gioco del simbolismo, per cui si parte da una constatazione su qualche accadimento o da un aneddoto curioso per trarne una massima o una riflessione sull’amore, è un po’ troppo scoperto e, per quanto le analogie scelte siano spesso azzeccate, troppo insistito; ma la prosa di Vinci sa intercettare le sensazioni, gli stati d’animo e le piccole verità universali dell’amore.

Tra ricordi, memorie, pezzi di libri e frammenti di quotidianità ci viene raccontata una storia normale che, come tutte le storie normali, porta con sé sin dall’inizio la possibilità della sua fine, la probabilità che l’unione di due anime affini si risolva in uno scontro tra due verità inconciliabili.

La cosa meravigliosa dell’amore è che è sempre una prima volta: quando ci si innamora è come se si rinascesse, i traumi passati soccombono di fronte alla felicità che cresce in noi. La cosa crudele dell’amore è che è sempre una prima volta: puntuali nascono le paure, i dubbi, le distanze e non importa quanti addii abbiamo vissuto, quando un amore finisce il dolore è identico per intensità ai dolori passati e ci si ritrova di nuovo sprofondati in una solitudine insopportabile. Rivangare ciò che è stato, come fa la protagonista per tutto il libro, è normale quanto infruttuoso.

Il rapporto di coppia è ambivalente: ci rende più liberi legandoci ad un altro, ci fa sentire noi stessi, ci fa accogliere il partner ma allo stesso tempo ci obbliga alle sue esigenze e costringe l’altro ai nostri desideri. Nei momenti positivi è incontro, in quelli negativi diventa scontro, battaglia, e dall’impossibilità di assimilare totalmente il partner nasce il tentativo di annientarlo, ridurlo a sé.

Dopo la rottura della protagonista col suo uomo, la prosa cambia drasticamente: mantiene lo stesso stile accattivante ma non descrive più le gioiose altezze che raggiunge l’anima dell’uomo, ma la sua meschinità; l’ex partner diventa, o si rivela, un cliente abituale di prostitute, e non riusciamo a capire se questo è vero solo nella testa della donna che racconta o è la realtà che si celava dietro l’obnubilamento passionale. Fatto sta che dalle parole di lei emerge un rancore ed una visione cupa delle relazioni che fa a pugni con quella che aveva durante l’innamoramento, problematica ma colma di speranza.

Ma allora il loro è stato un grande amore o una relazione fasulla? Gli uomini sono angeli o demoni gli uni per gli altri? Qual è la grande illusione, credere che la persona amata sia perfetta per noi o, una volta rimasti soli, pensare che sia stato tutto una menzogna? Seguendo il ritmo incostante delle maree di pensieri e sentimenti della protagonista, l’alternarsi senza soluzione di continuità tra amore e odio, passione e disillusione, fiducia e paura, rabbia e tenerezza, non possiamo far altro che constatare che l’unica verità possibile è quella che accoglie in sé queste antinomie. Perché l’amore è cercare nell’altro qualcosa che non può esserci e a volte riuscire magicamente a trovarlo, per poi perderlo e cercarlo di nuovo. Accettarlo è missione di tutta una vita.

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