Il sapore della vendetta – Joe Abercrombie

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

il-sapore-della-vendetta-abercrombie-gargoyle-239x360Come ne Il richiamo delle spade, anche ne Il sapore della vendetta tutto inizia con una caduta. Fisica, oltre che metaforica. Se all’inizio del primo libro della Trilogia della Prima Legge Logen si ritrovava sul fondo di un burrone, in questo romanzo tocca alla mercenaria Monza Murcatto, dopo aver assistito all’uccisione di suo fratello Benna, esser gettata mezza morta giù da un balcone per mano del suo stesso committente, il Duca d’Orso. Monza sopravvive, seppur gravemente menomata nel fisico, e come la Sposa di Kill Bill inizierà la risalita spinta da un unico, feroce sentimento nei confronti dei sette uomini che le hanno portato via tutto: la vendetta.

Brivido, un uomo del Nord, dopo una vita spesa a guerreggiare giunge in Styria per ricominciare da zero, in cerca di fortuna. Ma di quella non ce n’è molta; trova invece Murcatto: ad unire i due protagonisti c’è lo stesso dolore (entrambi hanno perso un fratello) e i soldi. Molti soldi, quelli che Monza offre a Brivido per fare il lavoro sporco e che lui, che tanto voleva essere un uomo migliore, accetta senza pensarci. Le contraddizioni sono di casa, nel mondo di Abercrombie.

Una coppia di personaggi accattivante: nessuno dei due è idealista, ma le medesime motivazioni li hanno portati ad intenti diversi; Brivido, conscio della sofferenza che domina un mondo di guerre e saccheggi, vorrebbe provare a lasciarsi dietro qualcosa di buono, di cui essere fiero; pur avendone l’opportunità, ha già rifiutato la vendetta. Sarà capace di rimanere sulla retta via, in una Styria il cui motto è “Misericordia e codardia sono la stessa cosa” e dove se non uccidi vieni ucciso? Monza è più cinica: la sua dura vita l’ha convinta che, qualsiasi cosa fai, alla fine c’è sempre chi ti farà del male, e allora tanto vale non perdere tempo in dubbi morali e agire per i propri interessi, prendendo ciò che si vuole senza rimorsi. L’accoppiata di queste due visioni contrapposte risulta vincente: il lettore si appassiona ad entrambi i personaggi, tratteggiati dall’autore con sfumature che li rendono umani, ognuno a suo modo interessante proprio per le sue ambiguità e per il suo passato doloroso. La loro convivenza servirà e farà male ad entrambi, li costringerà a guardarsi dentro e a far i conti con se stessi.

Stranamente ho ritrovato qualche ripetizione lessicale di troppo, difetto che avevo notato anche ne Il richiamo delle spade ma che poi mi sembrava scomparso nei libri successivi. Altra cosa sono le frasi ricorrenti o le reiterazioni di espressioni che passano di bocca in bocca assumendo significati differenti a seconda di chi le pronuncia, che costituiscono invece un tratto voluto e distintivo dello stile di Abercrombie.

Sette sono gli obiettivi di Monza, e sette saranno gli stratagemmi per ucciderli, tra i quali l’ingaggio di un’intera comitiva di artisti di strada assassini per quella che risulterà una festa in maschera molto movimentata, con la comparsa tra gli altri di Jezal, o meglio di Sua Maestà il Sovrano dell’Unione, che farà una figura… ehm… non proprio regale.

A mano a mano che gli omicidi proseguono, la combriccola si infoltisce con personaggi memorabili: Morveer, astuto avvelenatore e Day, la sua assistente; Ghigno, ottuso ex detenuto con l’ossessione dei numeri; Vitari, un tempo pratica dell’Inquisizione (quella dell’indimenticabile Glokta); Cosca, il mercenario che già aveva dimostrato la sua cinica abilità nella Trilogia, ora ridotto all’ombra di se stesso dall’alcol ma ancora capace di esaltarsi nel caos della battaglia e pronto a fare la sua parte fino in fino, addirittura con onore. Forse. Una compagnia ancora più sgangherata di quella assemblata da Bayaz nei precedenti romanzi, ma altrettanto divertente. E letale. Un gruppo tenuto assieme dai soldi, non dagli ideali. Sarà un collante abbastanza forte quando le cose si metteranno male?

La missione vorrebbe essere segreta, ma rimane tale per poco: l’allegra brigata non passa certo inosservata, anche perché i loro piani sono un crescendo di inenarrabili casini. Ed ecco allora che si ritrovano alle calcagna Shenkt, feroce cacciatore di teste e dispensatore di morte, un’altra geniale invenzione delineata con profondità da Abercrombie.

Il Mondo Circolare si conferma ricco di sorprese, luoghi disparati, popoli differenti. Pieno di conflitti, guidati dalla mano invisibile della Valint & Balk, potente banca che tutto può e tutto conosce. Sgombrato il campo anche dai pochi aneliti “sociali” presenti nella Trilogia (la giustizia, la lotta del bene contro il male), ciò che scatena gli eventi e le azioni di questa storia crudele sono desideri privati, non ammantati da ipocrita retorica. Ancora più che nella saga di Logen e dei suoi accoliti, qui non si parla di eroi e di avvenimenti storici, ma di uomini. Cattivi, buoni, coraggiosi, codardi, spietati, ma pur sempre solo uomini; non c’è altro a giustificare il bene o a perpetrare il male. Certo, la guerra che sta imperversando da tempo tra l’Unione e i Gurkish prosegue, e forze oscure sorvegliano sempre l’operato degli uomini, pedine di un terribile ed eterno gioco che li travalica. Ma il cuore del romanzo resta, soprattutto nella prima parte, una faccenda puramente privata.

Più si va avanti più i combattimenti si intensificano, facendosi ardui e spettacolari. Non mancheranno i colpi di scena, perfettamente architettati, ma anche sene di sesso scritte come Dio comanda e torture descritte altrettanto bene. Dopo un anno Monza si ritrova al punto di partenza, nel palazzo dove ha visto morire il fratello. Tante cose sono diverse, tanto dolore ha dovuto sopportare e altrettanto ne ha inflitto. Il mondo fantasy di Abercrombie è una grande avventura, un lungo viaggio in cui tutto muta per poi ricominciare: “Cambiare, Ghigno… cambiare è una cosa buffa. Talvolta gli uomini cambiano per il meglio. Talvolta per il peggio. E spesso, molto spesso, col tempo e l’occasione… Cambiano come prima”.

La mia libreria su Anobii.

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