Il verdetto dei dodici – Raymond Postage

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

il-verdetto-dei-dodici-recensione-sugarpulp1939, Inghilterra: una giuria sta per giudicare l’imputata di un processo per omicidio. Da questo spunto tradizionale Postgate confeziona un capolavoro del giallo classico, capace di resistere al passare del tempo grazie alla sua originalità. Il verdetto dei dodici è infatti di un singolare ibrido in cui c’è sicuramente il gusto per l’enigma tipico del genere ma la cui struttura è decisamente innovativa; le regole canoniche sono conservate, ma l’autore le piega fino a distorcerle: l’iniziale presentazione puntigliosa dei personaggi (tutti caratterizzati in maniera impeccabile), ad esempio, viene dilata all’estremo e va ad occupare tutta la prima parte del libro, che sorprendentemente non fornirà alcuna informazione sul processo, ma farà restare i lettori ugualmente incollati al racconto, tanto gustosa è la descrizione dei giurati. Essi, tra l’altro, non sono affatto gli specchiati cittadini di una giuria idealizzata nel suo nobile compito di somministratrice della giustizia del Regno; basti pensare che tra loro c’è una donna, Victoria Mary Atkins, che è essa stessa un’omicida. Non troviamo quindi solo la compita alta società che pullula nei polizieschi d’antan ma anche un proletariato gagliardo, magari emerso dalla povertà grazie ad espedienti discutibili. Pur restando nel solco di uno stile asciutto e di un decoro d’altri tempi, questo romanzo restituisce un po’ di vita vera, dipinta con curata vivacità e con uno humor costante che emerge dalla prosa comunque sorvegliata scardinando le rigidità del genere con risultati veramente interessanti e piacevolissimi ancora oggi.

È solo a pagina 90, dunque, che scopriamo qualcosa di più sul caso: Rosalie Van Beer è accusata di aver ucciso il nipotino Philip, morto per avvelenamento da edera. Ella però si professa innocente, e a ben vedere non è l’unica ad avere avuto un movente e la possibilità materiale di compiere l’ipotetico delitto.

Rosalie è un personaggio di eccezionale antipatia. Non uno di quei cattivi ma affascinanti che popolano le moderne serie tv, no, lei è proprio odiosa e basta. La peculiarità della scrittura di Postgate consiste nel descrivere lei (come del resto tutti gli altri personaggi) con distacco ma non con indifferenza, senza giudicarla ma neanche parteggiando per lei; un atteggiamento rilassato di chi sa bene che storie come quelle inserite nel libro (tra cui spiccano per il coraggio e per la modernità con cui vengono raccontate quella della giurata di origini ebraiche e quella del professore attratto dai suoi giovani studenti) sono quotidiane nel mondo. Postgate ha insomma la straordinaria capacità di descrivere con inaspettata onestà anche i sentimenti non limpidi, senza mai scadere nel volgare o nel gusto perverso per l’orrido, ma semplicemente parlando di emozioni comuni negli uomini. Il realismo non ha bisogno di dettagli efferati per restituire senza ipocrisie la vita.

Forse questo romanzo d’indagine è un po’ troppo sbilanciato: dopo una prima parte così lunga sembra che quella dedicata al processo e al dibattito tra i giurati (affrontati comunque con la stessa prosa incantevole) si esaurisca in maniera troppo repentina; anch’essa, in ogni caso, si distingue per originalità. La convocazione come giurato interrompe la quotidianità e ciascuno la vive a suo modo, chi con rispetto, chi con emozione, chi con noia e chi con fastidio. Lo scrittore inglese mostra come sia fragile quella cosa che chiamiamo giustizia; ognuna delle dodici persone chiamate ad emettere il verdetto filtra ciò che viene detto in aula con le sue esperienze e i suoi pregiudizi e Postgate si diverte a disegnare simpatici grafici che ci indicano in tempo reale la “pendenza” di ogni giurato verso l’assoluzione o la condanna man mano che la discussione procede; i testimoni spesso sono confusi (e, a differenza di quanto accade di solito nei film e nei libri, non godono di memoria impeccabile) e gli avvocati possono influenzare l’interpretazione dei fatti, ben lungi da essere oggettivi e pacifici per tutti. Quest’ultimo aspetto, tra l’altro, costituisce buona parte del fascino delle opere riguardanti i processi: il pubblico gode nell’ammirare le capacità persuasive degli avvocati, buoni o cattivi non conta; ed in effetti è un piacere leggere le pagine che Postgate dedica all’accusa e alla difesa, soprattutto quando, colpo di scena, il difensore di Rosalie, Sir Ike, porta davanti al giudice alcuni indizi che potrebbero ribaltare il processo: Philip non sarebbe la vittima, ma il colpevole, che nel tentativo di avvelenare l’antipatica zia ha calcolato male le dosi finendo per intossicarsi da solo. Chi ha ragione? Quando un dubbio è ragionevole e basta ad assolvere una persona? In definitiva è evidente che per l’autore nella realtà sia impossibile determinare ciò che è successo veramente. Per fortuna però che i gialli classici prevedono la soluzione dell’enigma, e questo romanzo (stavolta) non fa eccezione, con un finale magnifico che strapperà un sorriso al lettore ed una espressione di compiacimento: “Ah, ecco com’è andata!

La mia libreria su Anobii.

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