L’uomo dei cerchi azzurri – Fred Vargas

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

uomo-dei-cerchi-azzurri-Fred-Vargas-recensioneJean-Baptiste Adamsberg è da 12 giorni commissario del 5° arrondissement di Parigi, l’unica città che può sopportare un “silvestre” come lui: uomo vago, apparentemente indolente, che si perde nel suo stesso eloquio, è però un poliziotto fenomenale, capace di risolvere i casi in maniere incomprensibili ai suoi colleghi. Possiede un intuito infallibile che gli permette di capire subito le persone, di vedere cosa nascondono (crudeltà, noia, pene d’amore); questo approccio istintivo alle indagini lo porta spesso a scontrarsi, sempre in maniera reciprocamente benevola data l’attrazione che ognuno dei due caratteri esercita sull’altro, con la razionalità del fedele ispettore Danglard, un brav’uomo (con a carico due coppie di gemelli e il figlio che la ex moglie ha avuto da un altro) inservibile al pomeriggio, quando è puntualmente ubriaco.

Teoricamente, un personaggio come Adamsberg potrebbe risultare insopportabile e saccente; invece proviamo nei suoi confronti la simpatia che si riserva ai propri amici letterari. Il merito è soprattutto della scrittura di Vargas, che costruisce dei personaggi eccentrici, pieni di manie ed estremamente loquaci che colorano col proprio linguaggio la loro esistenza, tessendo un raffinato elogio dell’inaspettato. L’umorismo del libro non nasce dai protagonisti (che sono privi di ironia ed anzi si prendono sul serio anche quando ammettono le proprie debolezze) ma dallo sguardo dell’autrice, impalpabile narratrice che non ingombra il campo della prosa con la sua presenza autoriale ma che riesce ad imprimervi comunque una piacevolezza stravagante e vitale, in maniera quasi magica.

Il caso. Da qualche tempo, nelle notte parigine, qualcuno traccia dei cerchi azzurri attorno ad oggetti abbandonati sui marciapiedi, accompagnandoli alla scritta “Victor, malasorte, il domani è alle porte”: un artista? Un matto? Forse ha ragione lo psichiatra che si occupa dell’avvenimento:

Io le mostro un marciapiede e le dico: che cosa c’è per terra? E lei mi risponde: non c’è niente. Mentre in realtà ci sono moltissime cose. Quest’uomo sembra alle prese con un doloroso interrogativo, metafisico, filosofico o, perché no, poetico, sul modo in cui l’essere umano decide di far cominciare e cessare la realtà delle cose.

Apparentemente, comunque, nulla di pericoloso o criminale. Ma una mattina all’interno del segno azzurro lasciato dai gessetti viene ritrovata una donna sgozzata: l’assassino è l’uomo dei cerchi o qualcuno che vuole incastrarlo?

Se cercate un noir dai toni aspri, un polar cinico e freddo, avete sbagliato libro; nella biografia presente sull’aletta Vargas viene definita l’anti-Patricia Cornwell ed è riportata una sua frase emblematica: “Il poliziesco è una specie di favola, ironica o tragica o cerebrale”; in effetti, nonostante la storia sia intrigante e conservi tutti gli elementi del giallo (compresi gli indizi che vanno al loro posto con precisione ammirevole), L’uomo dei cerchi azzurri non ha i toni a cui il genere ci ha abituati e ricorda semmai le atmosfere e la delicatezza poetica de Il fantastico mondo di Amelie, anche per la compagnia di personaggi stravaganti che ne popola le pagine: Mathilde, un’oceanografa che pedina la gente e riempie i suoi taccuini di appunti su qualsiasi cosa, Charles Reyer, un non vedente misterioso che trova piacere nell’esser malignamente scontroso e Clémence, la cui vita trascorre alla ricerca di annunci sui giornali per trovare uomini da sposare, puntualmente deludenti. Sotto il profluvio di parole e l’aspetto bonario, i tre potrebbero nascondere qualcosa, ma forse sono semplicemente bizzarri.

Più che indagare Adamsberg gironzola nei suoi pensieri, ossessionato dall’uomo dei cerchi più che dall’omicidio. I suoi metodi sono strani, soprattutto perché… non sembrano esserci.

Lei parlò di Adamsberg, domandò come avesse fatto a capire.
– Non ne ho la minima idea, – disse Danglard. – Eppure l’ho visto fare, o a volte non fare niente. A volte noncurante e superficiale come se non fosse mai stato uno sbirro in vita sua, a volte con il viso contratto, teso, preoccupato al punto da non sentire più niente intorno a sé. Ma preoccupato da cosa? È questo il problema.

Ammetto di aver capito in anticipo chi fosse il colpevole, ma mentre ero lì a domandarmi se questo fosse un limite del libro è arrivato inaspettato un colpo di scena. Mi ero sbagliato! Brava Vargas ad illudermi così.

Anche la vita sentimentale del protagonista è particolare: a casa ha una giovane donna che lo aspetta, ma nella testa si affaccia a ondate il ricordo di Camille, che anni prima l’ha lasciato portando con sé Riccardo III, una scimmietta. Questa donna, l’ennesima personalità ondivaga e imprevedibile del romanzo, aumenta d’importanza con lo scorrere delle pagine fino a raggiungere una centralità enigmatica e poetica nell’esistenza di Adamsberg, che proprio nel rapporto con questo Amore perduto rivelerà la sua umanità più fragile.

Mi domandavo perché faccio lo sbirro. Forse perché in questo mestiere devi cercare delle cose con buone probabilità di trovarle. E ti consola del resto. Perché nel resto della vita nessuno ti chiede di cercare niente, ed è difficile che tu possa trovare visto che non sai cosa cerchi.

La mia libreria su Anobii.

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