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“Secondo me ci sono due porcherie principali nella vita. Una è il cinismo totale: usare gli altri, ridurli a oggetti perchè non puoi trovare nulla in cui credere se non te stesso. Questo è il crimine in tutte le sue variegate forme, per la maggior parte legali. L’altra è l’idealismo determinato, che non impara dall’esperienza: il bisogno di essere un parente di Dio. Per me sono gemelli. Gemelli bastardi. L’unica cosa legittima che abbiamo è l’esperienza umana. La possibilità che il domani sia diverso. Di una diversità inimmaginabile. Non preconcetta. Per questo ci vuole la capacità di confrontarsi con il dubbio.”

William McIlvanney, Il caso Tony Veitch, pag. 267

“C’è sempre e solo l’io là fuori, sul campo, da incontrare, combattere, costringere a venire a patti. Il ragazzo dall’altro lato della rete: lui non è il nemico: è più il partner nella danza. Lui è il pretesto o l’occasione per incontrare l’io. E tu sei la sua occasione. Le infinite radici della bellezza del tennis sono autocompetitive. Si compete con i propri limiti per trascendere l’io in immaginazione ed esecuzione. Scompari dentro il gioco: fai breccia nei tuoi limiti: trascendi: migliora: vinci. Ecco la ragione per cui il tennis è l’impresa essenzialmente tragica del migliorare e crescere come juniores serio mantenendo le proprie ambizioni. Si cerca di sconfiggere e trascendere quell’io limitato i cui limiti stessi rendono il gioco possibile. È tragico e triste e caotico e delizioso. E tutta la vita è cosí, come cittadini dello Stato umano: i limiti che ci animano sono dentro di noi, devono essere uccisi e compianti, all’infinito.” […]

Schtitt dice che questo gioco che tutti i ragazzi sono venuti a imparare all’Eta, questo infinito sistema di decisioni e angoli e linee che i fratelli di Mario hanno lavorato così mostruosamente tanto per padroneggiare: lo sport fatto dai ragazzi non è che una sfaccettatura della vera gemma: la guerra infinita della vita contro l’io senza il quale non si può vivere. […]

Ma allora lottare e sconfiggere l’io equivale a distruggesi? È come dire che la vita è pro morte? […] E allora quale sarebbe la differenza fra il tennis e il suicidio, la vita e la morte, il gioco e la sua fine? […]

“Quindi. Nessuna differenza, forse” concede Schtitt […] “Non è diverso […] tranne che si ha l’opportunità di giocare”.

David Foster Wallace, Infinite Jest, pag. 99-100

La massa in quanto tale ha il bisogno di attrarre altri in se, ha la determinazione appassionata di raggiungere “tutti”. Al contempo essa riconosce come una costrizione tutto ciò che si oppone alla sua crescita e ben presto matura un senso di persecuzione. Tale persecuzione ha una duplice forma. L’aggressione esterna alla massa, come per esempio la critica da parte degli organi di stampa ufficiali, non può che renderla più forte, la compatta sulle proprie posizioni; l’aggressione dall’interno, ossia la defezione, la perdita degli utenti invece è veramente pericolosa. Coloro che si staccano e abbandonano sono percepiti come traditori, il loro gesto individuale come un ricatto, un’ azione immorale. La massa è sempre una «fortezza assediata» su due fronti, dentro e fuori le mura.

Elias Canetti, Massa e potere