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Milena – Jorge Zepeda Patterson

[Questa recensione è stata scritta per Critica Letteraria]

milena

Tornano Los Azules, i quattro amici già protagonisti de I corruttori, primo romanzo di Jorge Zepeda Patterson. A dire il vero questa volta ad Amelia, combattiva leader di sinistra, Jaime, esperto di sicurezza nazionale (che in Messico, ma forse ovunque, significa esperto di spionaggio e sorveglianza illegale) e Tomás, giornalista del Mundo, il principale organo di informazione messicano, non si aggiunge Mario, l’ultimo del quartetto, ma suo figlio Vidal e il suo amico hacker Luis.
 Tutto inizia quando Rosendo Franco, l’editore del giornale per il quale lavora Tomás, muore tra le gambe chilometriche di Milena, “el femur más bello del mundo” (come recita il titolo originale di questo libro), una donna affascinante quanto misteriosa, con un passato da riscattare che sarà al centro del romanzo.
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L’uomo dei cerchi azzurri – Fred Vargas

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

uomo-dei-cerchi-azzurri-Fred-Vargas-recensioneJean-Baptiste Adamsberg è da 12 giorni commissario del 5° arrondissement di Parigi, l’unica città che può sopportare un “silvestre” come lui: uomo vago, apparentemente indolente, che si perde nel suo stesso eloquio, è però un poliziotto fenomenale, capace di risolvere i casi in maniere incomprensibili ai suoi colleghi. Possiede un intuito infallibile che gli permette di capire subito le persone, di vedere cosa nascondono (crudeltà, noia, pene d’amore); questo approccio istintivo alle indagini lo porta spesso a scontrarsi, sempre in maniera reciprocamente benevola data l’attrazione che ognuno dei due caratteri esercita sull’altro, con la razionalità del fedele ispettore Danglard, un brav’uomo (con a carico due coppie di gemelli e il figlio che la ex moglie ha avuto da un altro) inservibile al pomeriggio, quando è puntualmente ubriaco.

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L’eredità di Bric – Giacomo Gardumi

[Questa recensione è stata scritta per Sugarpulp ed è stata pubblicata qui]

gardumi“ché l’esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d’esser cucinato.”
(Guido Gozzano, La differenza)

Nicola Pagani ha appena pubblicato un libro in cui, affiancando brani di alcuni santi della cristianità a resoconti relativi a pazienti di istituti psichiatrici, dimostra come alcuni stati alterati di coscienza che in passato venivano trattati con timore e venerazione perché non se ne conosceva la natura oggi sono tranquillamente spiegabili con la neurologia moderna. Un perfetto illuminista, quindi.
D’altronde, insieme al suo amico Giovanni Arcuati, divulgatore scientifico di successo grazie ai programmi televisivi che conduce, fa parte da anni dell’Aacp, Associazione per l’analisi critica del paranormale; questa istituzione, analogamente al reale Cicap cui evidentemente allude, si occupa di verificare i presunti fenomeni sovrannaturali smascherandoli puntualmente come falsi.

Cosa diavolo può volere un accanito spiritista da due come loro?

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“Non vedo che problema c’è se mi vendo”: il rap, il successo e l’assoluzione pubblica dei peccati

Io faccio musica commerciale,
perché mi piace farvi incazzare,
però resto un genio al soldo del male,
perché al contrario di voi so rappare.
Sono una fabbrica di successi,
sul palco non sul pc,
e non ho mai venduto me stesso,
però io ho venduto i cd.
(Jake La Furia)

Mi sembra che ci sia una moda, ultimamente molto vistosa nel rap ma che probabilmente appartiene a chi proviene da un qualsiasi settore del mondo “alternativo”, che consiste, una volta “emersi”, diventati mainstream, con tutto ciò che comporta (canzoni più commerciali, pubblicità, presenza in programmi discutibili) nel fare canzoni ironiche sul fatto di essersi venduti al sistema. Io la chiamo coda di paglia.

Mi dai del commerciale, ti sbagli
Io sono supercommerciale al cubo
(Fabri Fibra)

Il denaro c’è sempre nei nostri dischi, perché non vogliamo essere ipocriti: a differenza di tutti quelli che in Italia si vergognano a dire che vogliono i soldi, come se ci fosse qualcosa di male, per noi non è così. Come in passato non ci siamo vergognati di parlare di altre cose. Del resto sono tutti fissati con il denaro, com’è possibile non parlarne?“: detta così, sembra più che legittima l’opinione di Guè Pequeno; fare soldi col proprio lavoro non è un male, anzi. Il problema, ovviamente, è un altro, e lui finge di non vederlo. E’ comunque in buona compagnia, se J-Ax arriva a direNon vedo che problema c’è se mi vendo“. Forse, per citare un altro rapper, “il problema è che ho un problema se per te non è un problema.
E’ sempre una questione di come. Come lo raggiungi il successo? Quale prezzo sei disposto a pagare per raggiungere la celebrità? A quanto hai rinunciato, con le tue nuove canzoni commerciali, per arrivare ad un pubblico più grande? Come si tengono assieme coerentemente La nuova stella del pop (critica degli Articolo 31 al mondo dei talent show) e la partecipazione di J-Ax a The Voice, o la partecipazione dei Club Dogo ad Amici con la visione del mondo che permea i loro testi?
In questo senso, fa sinceramente ridere la risposta piccata di J-Ax alle critiche di D’Orrico non solo perchè usare la forza del consenso per sminuire le critiche altrui (tu che mi critichi hai venduto pochissimo rispetto a me e sei uno sconosciuto) è una tecnica veramente odiosa, tutt’altro che anticonformista come J-Ax si ostina a volersi dipingere (accompagnata tra l’altro da battute sull’aspetto fisico, altro grande classico dei prepotenti e non dei ribelli), ma anche perchè è pacifico che quel successo di vendite non derivi tanto dalla qualità del libro (che può esserci o no, non è questo il punto) ma dalla sua apparizione televisiva, di cui il libro è il corollario, un suo gadget commerciale.

Di solito, la replica a queste obiezioni (oltre al sempre verde: “Siete solo invidiosi“) è che questi artisti partecipano a quei programmi per portare in tv, ad un pubblico più vasto, il loro mondo. Per esprimere, in un contesto ostile, una visione differente, addirittura per destabilizzare lo status quo musicale televisivo.
C’è un momento bellissimo in 15 milioni di celebrità, secondo episodio della prima stagione di Black Mirror, in cui il protagonista riesce a partecipare al talent show che è il fulcro e l’apice di ogni attività umana nella distopia proposta dalla trama e, minacciando di uccidersi, pronuncia un memorabile monologo contro l’ideologia consumista di quello spettacolo televisivo, che riduce tutto, comprese le persone, a merce. Dopo un silenzio carico di suspense generato dalle tesi radicali contro il programma appena espresse in diretta nel programma stesso, il giudice-conduttore dello show si complimenta col protagonista, tra i boati di un pubblico entusiasta, per la forza dirompente del suo monologo e lo invita a partecipare al talent show: il suo sfogo anti-sistema viene inglobato dal sistema, ne diventa parte, uno dei tanti momenti di intrattenimento, “30 minuti, due volte alla settimana“, che funziona proprio per la sua (ora solo apparente) carica eversiva, che piace tanto agli spettatori.

Il potere televisivo ha la capacità di assimilare le istanze divergenti e volgerle a proprio vantaggio: tutto diventa spettacolo e, costretto nei canoni del piccolo schermo, ogni messaggio perde la sua identità e, mischiandosi al resto, perde ogni potenziale eversivo. Non è solo perchè, con McLuhan, il mezzo è il messaggio, ma perchè il solo fatto di esistere televisivamente implica forme che non potranno mai ribellarsi davvero al mezzo che le veicola e alla sua ideologia. Ecco perchè non si può fare un discorso contro la mercificazione all’interno di un talent show, perchè tutto ciò che è al suo interno è già spettacolarizzazione consumista. Non c’è bisogno di censura, quando si può trasformare la ribellione in uno spot sulla ribellione, utile all’audience, commercialmente remunerativo.

Come per un carnevale bachtiniano, l’effrazione momentanea delle regole diventa una valvola di sfogo che sopisce gli intenti rivoluzionari, una pausa in cui si sovverte l’ordine delle cose, si deridono i potenti, per poi tornare, placati i rancori e le recriminazioni dei subalterni e senza che nulla sia cambiato, alla routine e ai rapporti di forza consueti.

La partecipazione ai meccanismi commerciali dello show business è di solito accompagnata da due pezzi forti del qualunquismo populista, la rivendicazione del disimpegno e il “così fan tutti”: secondo Jake La Furia Adesso più che mai, poi, è il momento di parlare di soldi, visto che sono il problema numero uno in Italia. Poi si critica chi tenta di dare di sé un’immagine vincente e ambiziosa, mentre se sei socialmente impegnato allora sei un figo. Peccato che molti di quelli che nel nostro ambiente sembrano impegnati, poi sono merde come gli altri…

Più venduto degli alcolici e dei medicinali
degli appalti, dei biglietti dei Mondiali
noi che ci mangiamo siamo artisti commerciali
per tutti gli altri che vorrebbero essere nostri commensali
non sono andato al Primo Maggio quest’anno
perché mi davano più cash in una discoteca a Vasto […]
fra la gente famosa sono tutti no global
da quando l’underground va di moda
(J-Ax)

Ammesso e non concesso che si possa generalizzare così sui comportamenti degli altri, perchè mai le condotte sbagliate di terzi dovrebbero giustificare le nostre? In realtà, questo tipo di discorso è subdolo proprio perchè suggerisce che le uniche due alternative siano l’ipocrisia di chi fa il moralista e si comporta male e l’onestà di chi agisce altrettanto turpemente ma almeno lo dice; la terza possibilità, cercare di vivere in maniera coerente alle proprie parole e ai propri valori, non è nemmeno presa in considerazione, non esiste.

Ci si limita, dunque, a rivendicare la propria onestà: a differenza degli altri ipocriti si ammette che si è commerciali, che si fanno tormentoni acchiappa-successo. Questo atteggiamento mi sembra indicativo di un comportamento che, tendenzialmente, appartiene a tutti e riguarda campi anche diversi dalla musica; un atteggiamento che ha nella sua semplicità la forza che lo rende difficilmente emendabile; la comodità ha gioco troppo facile contro la fatica per non essere una tentazione fortissima per ognuno di noi. L’onestà sostituisce la coerenza e l’impegno: non importa che facciamo cose sbagliate, basta dichiararlo esplicitamente, senza ipocrisia, e pretendiamo l’assoluzione pubblica senza dover nemmeno provare a cambiare le nostre azioni.

Sapete cosa significa la storia del calabrone che per la scienza non può volare ma lo fa lo stesso? Che ci sarà sempre qualcuno pronto a sfidare l’impossibile pur di rompervi il cazzo.